[frame src=”https://www.museodellascuola.it/wp-content/uploads/2015/05/86-90H.jpg” width=”200″ height=”200″ align=”left” linkstyle=”pp”]Con i programmi del 1985 emerge la necessità di disporre di una pluralità di figure docenti, che garantiscano un adeguato livello di competenza nell’insegnamento delle aree disciplinari loro assegnate.
Questo principio, già efficacemente interpretato dalla scuola a tempo pieno, viene assunto a sistema dalla legge 148/90 la quale introduce l’organizzazione a moduli (3 insegnanti su 2 classi era la formula standard), drasticamente contestata da chi vi intravede soltanto una manovra per affrontare i problemi del precariato. Nel parere dei sostenitori si tratta invece di un modello scolastico che mette al servizio degli studenti una pluralità di competenze da parte dei docenti, rifuggendo la tuttologia dell’insegnante unico, e un orario adeguatamente esteso, tale da garantire l’approfondimento didattico reso necessario dai progressi raggiunti negli anni dalla pratica dell’insegnamento.
La dispersione scolastica è al centro della riflessione sociale e nel mondo della scuola.
L’inserimento scolastico degli alunni stranieri è un fenomeno che inizia ad assumere numeri ragguardevoli. Nasce l’esigenza di garantire il diritto allo studio ai più giovani, in arrivo nel nostro paese un po’ da tutto il mondo.
Le finalità sono quelle di formare al rispetto della diversità e di favorire l’integrazione tra individui di origini diverse, offrendo a tutti i bambini indistintamente l’opportunità di ampliare i propri orizzonti per mezzo della conoscenza di idiomi, culture e abitudini nuove ed, in particolare agli stranieri, la possibilità di qualificare la loro partecipazione alla vita della comunità.
La scelta di modalità eque per la valutazione di un bambino straniero inizia ad essere un problema poi ampiamente dibattuto negli anni seguenti, e lo è tuttora.
di Gianluca Perticone


